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LA RIEVOCAZIONE DEL RICORDO NELLA TESTIMONIANZA. RASSEGNA DI STUDI


Mirella Montemurro[1]

Università degli studi di Roma “La Sapienza”



Abstract

Il presente lavoro si propone di offrire una rassegna di studi scientifici in tema di rievocazione del ricordo in bambini e adulti. Saranno presentati studi relativi alle fonti di distorsione del ricordo di tipo cognitivo, emozionale e relazionale. Ci si focalizzerà sulle ricerche relative alla suggestionabilità, in particolare sarà dato spazio agli studi che mostrano quanto le domande suggestive influenzano il ricordo e la testimonianza di adulti e minori. Infine, si riporteranno ricerche che esplorano la relazione tra eventi traumatici e ricordo. Si mostrerà come il ricordo e la testimonianza possono essere influenzati da diverse fonti di distorsione che necessitano di esser prese in considerazione in ambito forense.


Parole chiave: memoria, trauma, minori, ricordo, rievocazione, testimonianza.


Introduzione

In qualità di operatori nel settore della psicologia giuridica ci si confronta spesso con la complessità della testimonianza, in particolare di persone vittime di eventi traumatici. Le scienze cognitive hanno dimostrato come la memoria sia un fenomeno dinamico e largamente ricostruttivo che consta di diversi processi (percezione, codifica, immagazzinamento e recupero) su ciascuno dei quali possono agire fattori di distorsione cognitivi, emotivi, relazionali e culturali.

Nel presente lavoro si vuole sottolineare la complessità e la multidimensionalità della testimonianza, specie quando essa riguarda eventi traumatici. Infatti, non bisogna mai trascurare gli elementi contestuali ed emotivi che accompagnano non solo il racconto, ma l’intero processo di acquisizione e consolidamento dei ricordi. Un esempio di come la testimonianza sia largamente influenzata dalle caratteristiche emozionali dell’evento oggetto di ricordo è costituito dal cosiddetto weapon focus (Loftus, Loftus e Messo, 1987; Steblay, 1992) ovvero quel fenomeno che accade quando un elemento saliente in una scena (ad esempio l’arma impugnata dal criminale) si impone alla nostra attenzione, ponendo sullo sfondo e, quindi oscurando, altri elementi e dettagli presenti nella scena che verranno per questo ricordati in modo peggiore. Le caratteristiche del weapon focus sono consistentemente riscontrabili durante l’esperienza di un evento traumatico, in cui i particolari che il soggetto registra al momento del fatto, e quindi sotto spinta emotiva, sono i soli che riesce a rievocare.

Il presente lavoro si propone di offrire una rassegna di studi scientifici in tema di rievocazione del ricordo ponendo l’attenzione sulle fonti di distorsione del ricordo, in particolare del ricordo di eventi traumatici. Questi temi sono stati oggetto di discussione negli ambienti scientifico-professionali della psicologia giuridica sia internazionali (si vedano le recenti Guidelines on Memory and the Law della British Psychological Society, 2008), che nazionali (come ad esempio le recenti Linee Guida Nazionali sulla Testimonianza del minore, 6.11.2010). In questa sede ci si focalizzerà in particolare sul ricordo nei minori, non tralasciando, tuttavia, gli studi sperimentali effettuati sugli adulti. Il lavoro sarà diviso in cinque sezioni: i processi mnestici nel bambino costituiscono l’oggetto della prima sezione; nella seconda sezione si affronteranno le fonti di distorsione del ricordo, e nella terza e quarta saranno approfondite le fonti di distorsione che fanno riferimento alla suggestionabilità e alle domande suggestive; nell’ultima sezione saranno trattati i fattori di stress in tema di rievocazione di eventi traumatici.


La memoria nel bambino

Il funzionamento della memoria merita un approfondimento specifico nel caso dei bambini. Diversi studiosi hanno affrontato il fenomeno dell’amnesia infantile, espressione che indica l’assenza di ricordi riferiti ad un’età che rimane, indicativamente, sotto i tre anni.

La rievocazione del ricordo di un adulto di eventi accaduti nell’infanzia è piuttosto difficoltosa. Diversi studi hanno dimostrato che i ricordi risalenti ad un’età che va dai 3 ai 5 anni risultano piuttosto lacunosi, quelli dai 5 ai 7 anni leggermente meno (Wang, 2003). Eventi accaduti intorno agli 8-10 anni iniziano ad essere ricordati meglio, le memorie episodiche ed autobiografiche iniziano ad apparire più simili a quelle dell’adulto, per quanto riguarda la struttura, il contenuto e l’organizzazione (Bauer, 2007, Wang, 2003).

Vi sono numerose evidenze che dimostrano come bambini già dall’età di 6 mesi siano in grado di apprendere e riconoscere oggetti e volti (Pascalis et al, 2005). Tuttavia i bambini non hanno un ricordo esplicito degli eventi nel periodo preverbale, cioè prima dei 24 mesi. Questo significa che se, ad esempio, il piccolo si spaventa a causa di un forte rumore associato ad un giocattolo è possibile che in seguito reagisca alla vista di quel giocattolo piangendo o urlando. Questo genere di ricordi costituisce quella che viene chiamata memoria implicita. In sostanza, l’input visivo scatena automaticamente una reazione emotiva e questo perché la memoria implicita è mediata da regioni cerebrali che non richiedono la partecipazione della coscienza necessaria per i processi di fissazione e recupero del ricordo.

Per quanto riguarda lo studio della memoria nei bambini nel periodo verbale, diverse ricerche dimostrano come bambini di 4 e 5 anni siano in grado di ricordare esplicitamente episodi avvenuti all’età di 3 anni (Bauer, 2007). Questi ricordi si sviluppano in immagini visive e conoscenze concettuali come per la memoria di bambini più grandi ma il loro ricordo risulta frammentario e poco organizzato.

Una serie di studi suggeriscono come all’età di 9-10 anni la memoria autobiografica assume delle caratteristiche proprie dell’età adulta (Bauer, 2007, Van Abbema e Bauer, 2005). Mentre bambini di 7 anni riescono a rievocare circa il 60% di una serie di eventi vissuti intorno al terzo anno di vita, bambini di 8-9 anni ne riescono a rievocare solo un terzo. Se questo dato suggerisce che nei bambini più grandi gli eventi remoti inizino ad andare incontro all’oblio (fenomeno largamente presente nell’adulto e causa della cosiddetta amnesia infantile), va notato come rispetto agli eventi ricordati, i bambini di 8-9 anni sono in grado di richiamare un maggiore numero di dettagli rispetto ai bambini più piccoli – in modo simile alle caratteristiche della memoria dell’adulto. Altri studi hanno messo in evidenza come bambini di 6-9 anni riescano a rievocare memorie più remote rispetto a bambini e ragazzi dai 10 ai 19 anni, i quali tendono a rievocare eventi negativi con più frequenza rispetto ai bambini più giovani, che sembrano invece avere più difficoltà in questo senso (Guidelines on Memory and the Law, 2008). Queste ricerche conducono alla conclusione che approssimativamente tra i nove e i dieci anni di età i bambini sviluppino una memoria autobiografica con le caratteristiche dell’età adulta.

Queste nozioni sono di fondamentale importanza in ambito giuridico per orientarsi circa la possibilità di testimoniare dei minori di diverse età. Altrettanto importante è la nozione che le memorie del bambino contengono elementi ed informazioni rilevanti per il bambino nella fase di codifica, e quel che risulta essere rilevante per esso, può essere del tutto irrilevante per l’adulto (e viceversa). I bambini di solito codificano preferibilmente dettagli relativi a persone, azioni e oggetti che attirano il loro interesse. In generale essi prestano maggiore attenzione a dettagli che riguardano azioni e oggetti piuttosto che a quelli concernenti persone e luoghi (Caffo, Camerini e Florit, 2002). Spesso i bambini non focalizzano l’attenzione su dettagli “centrali” di un evento ma su dettagli periferici (Neisser, 1979; Lindberg, 1991); per dettagli centrali si intendono quelle informazioni relative agli individui, agli oggetti, alle azioni caratterizzanti l’evento ricordato; ad esempio, nel caso del reato sessuale, quelle informazioni relative alla dinamica dell’azione sessuale, alle parti del corpo interessate, ecc. Mentre con dettagli periferici ci si riferisce a quelle informazioni non specifiche rispetto all’evento; in altre parole quei particolari cambiando i quali non dovrebbe cambiare la trama dell’evento (Orbach e Lamb, 1999). Queste caratteristiche della fase di codifica implicano la possibilità che il bambino non ricordi aspetti di un evento che per l’adulto sono importanti.

Nella testimonianza, i ricordi resi non dovrebbero contenere informazioni e conoscenze che il bambino non poteva avere nella fase di codifica. Se queste conoscenze emergono, è altamente probabile che esse siano state aggiunte in una fase successiva. Ad esempio il ricordo dell’aver provato vergogna per un episodio vissuto intorno ai tre anni, è chiaramente frutto di una ri-elaborazione successiva dell’episodio stesso, in quanto intorno ai tre anni i bambini non hanno probabilmente ancora sviluppato il senso della vergogna (Guidelines on Memory and the Law, 2008).

Rispetto alla rievocazione del ricordo sappiamo che la capacità di recuperare le informazioni dalla memoria può avvenire attraverso diverse modalità, quali: il riconoscimento, la rievocazione libera e la rievocazione guidata. In ambito giuridico la testimonianza del minore risulta più accurata se gli viene concesso di ricordare e raccontare i fatti liberamente senza dover rispondere a domande specifiche e senza aiuti o suggerimenti esterni; a seconda dell’età e delle caratteristiche del minore, il contenuto può risultare povero di dettagli, ma anche accurato e puntuale: i dettagli ricordati e riferiti autonomamente sono in generale tutti effettivamente presenti nell’evento originale. Attraverso interviste strutturate ed in assenza di domande suggestive, la testimonianza del minore può essere esauriente al pari di quella dell’adulto. Per quanto riguarda, infine, il riconoscimento è da considerarsi una delle modalità quotidiane che le persone usano più frequentemente e spontaneamente; nel caso dei minori, al pari della rievocazione guidata, è importante che il riconoscimento avvenga attraverso una modalità neutra e non suggestiva (si veda paragrafi successivi).


Le fonti di distorsione nel ricordo di un evento

Il nostro bagaglio di memorie si sviluppa attraverso processi di codifica, immagazzinamento e recupero largamente ricostruttivi e interpretativi. Per quanto riguarda gli aspetti di codifica, da numerose ricerche sul campo è emerso che il materiale che ha un significato si ricorda meglio di quello che non ce l’ha; informazioni presentate lentamente si ricordano in modo migliore rispetto a quelle presentate velocemente; informazioni concrete si ricordano meglio di quelle astratte; eventi inusuali si ricordano più facilmente di quelli comuni (Roediger e Gallo, 2002). Per quanto attiene al recupero di un ricordo, esso avviene attraverso una ricostruzione di elementi che non sempre sono ben collegati tra loro e che subiscono influenze ambientali, culturali ed emotive. Questo dato è particolarmente significativo quando si parla di ricordi di eventi traumatici siano essi fisici o psichici.

La ricerca ha individuato tre fonti di distorsione del ricordo:

1. Interne, cioè legate esclusivamente alle caratteristiche dell’osservatore;

2. Esterne, quando le informazioni successive all’evento incidono sulla fissazione del ricordo del soggetto;

3. Relazionali, cioè nella testimonianza la rievocazione può essere influenzata da aspetti relazionali e comunicativi con l’interlocutore.

Le prime due forme di distorsione non sono dovute a specifici suggerimenti, mentre la terza incide fortemente nel corso delle tecniche di intervista e interrogatorio.

Rispetto alle fonti di distorsione interne ricordiamo le caratteristiche di suggestionabilità del soggetto (che saranno affrontate nel prossimo paragrafo) e le abilità connesse al “source monitoring”, ovvero la capacità di identificare il contesto nel quale è avvenuto l’evento oggetto del ricordo. Il “reality monitoring” è uno specifico aspetto della identificazione della fonte del ricordo che descrive la capacità di discriminare eventi “interni” (ad esempio immaginati) ed eventi esterni (ad esempio visti o uditi). La confusione o gli errori nel “reality monitoring” conduce ad un falso ricordo (Johnson, 2006). Nei bambini prima dei 7 anni questa confusione può aumentare a causa di una ridotta capacità di identificare l’origine del ricordo che comporta una maggiore difficoltà nel discriminare tra evento percepito ed informazioni ricevute successivamente.

Rispetto ai fattori esterni all’individuo nella percezione e recupero del ricordo, oltre alle informazioni ricevute successivamente all’evento, studi di laboratorio (Baddeley et al. 2009) hanno individuato le seguenti variabili da tenere in considerazione: a) la frequenza dell’esposizione all’evento, b) la durata dell’osservazione e c) la posizione dell’evento, cioè la collocazione di un singolo fatto in una serie più vasta di avvenimenti. Ad esempio, la durata di esposizione all’evento aumenta la possibilità di percezione e dunque di codifica, mentre se si assiste a una sequenza di eventi è più facile percepire e ricordare quelli che si sono verificati all’inizio (effetto primacy) e alla fine (effetto recency) rispetto a quelli nel mezzo.

Le distorsioni della memoria possono, infine, dipendere anche dall’influenza di fattori relazionali e comunicativi, come suggerimenti, nuove informazioni e conoscenze che causano una distorsione del ricordo o producono, nei casi più estremi, un falso ricordo. Si presentano diversi effetti che scaturiscono dall’aggiunta di informazioni e da domande suggestive, tra questi ricordiamo l’effetto cosiddetto di suggestionabilità e di compiacenza. L’effetto compiacenza accade quando al soggetto vengono rivolte le stesse domande più volte; alla fine il testimone risponde con ciò che l’esaminatore vuole sentirsi dire (Fornari, 2008). La semplice ripetizione della stessa domanda nel caso di bambini può portare al ricordo di eventi mai avvenuti (Gulotta e Ercolin, 2004). I testimoni possono essere più o meno suscettibili a queste influenze. Nel paragrafo successivo sarà approfondito il tema della suggestionabilità.


Suggestionabilità e testimonianza

Le fonti di distorsione esterne (informazioni post-evento) interagiscono con le caratteristiche dell’individuo soggetto e della relazione tra esso e l’interlocutore nel plasmare la capacità di ricordare. Le influenze delle informazioni post-evento sulla memoria possono essere particolarmente subdole. Elisabeth Loftus ha condotto diverse ricerche che hanno posto l’attenzione sul potere esercitato da determinate tipologie di domande o suggerimenti esterni nel recupero di un evento vissuto. Ad esempio, è emerso che è sufficiente cambiare in una domanda una piccola parte, come l’articolo, per aumentare la probabilità di modifica di un ricordo (Loftus e Zanni, 1975, Loftus, 2005); ad esempio, se si chiede “hai visto un uomo” o “hai visto l’uomo” la domanda cambia poiché nel primo caso si indica un individuo qualunque di genere maschile mentre, nel secondo caso, si fa riferimento ad un individuo specifico di cui si assume che l’interlocutore abbia conoscenza. Il fenomeno per cui l’aggiunta di informazioni suggestive porta a modificare il ricordo di un evento si chiama post-event misinformation effect, ossia l’effetto di un’informazione fuorviante fornita dopo l’evento (Loftus, 2005). Questo effetto può avvenire in situazioni sociali (Gabbert et al., 2004; Wright, Self, e Justice, 2000; Gulotta e Ercolin, 2004, Brainerd e Reyna, 2005) e non sociali (Lindsay, 1990; Loftus e Palmer, 1974).

Diversi studi di laboratorio hanno cercato di analizzare i meccanismi che portano a modificare i ricordi. Un interessante studio è stato condotto da Crombag, Wagenaar e Van Koppen (1996) in merito allo scontro avvenuto tra un Boeing 747 e un palazzo di undici piani, ad Amsterdam nell’ottobre del 1992. La televisione olandese riportò tutti i momenti dell’evento ma non trasmise alcuna immagine del momento dello schianto. I telegiornali riportarono la notizia del disastro per alcuni giorni. La ricerca, tesa a sondare il ricordo del terribile evento, evidenziò che 61 dei 93 studenti che parteciparono all’esperimento risposero in modo affermativo alla domanda: “Hai visto in televisione il filmato del momento in cui l’aereo ha colpito il palazzo?”. Tale domanda in realtà conteneva una falsa informazione, ovvero che il filmato dello schianto fosse stato mostrato in televisione; inoltre, molti testimoni fornirono numerosi dettagli dell’inesistente video dell’impatto dell’aereo.

È bene sottolineare che la suggestionabilità non implica solo aggiungere o modificare gli elementi di una scena, ma riguarda anche ricordare eventi mai vissuti (Hyman, Husband e Billings, 1995; Loftus e Pickrell, 1995; Gulotta e Ercolin, 2004). A tale proposito, va considerato che affinché negli individui si crei un falso ricordo, è necessario che le fonti di distorsione rispondano a tre requisiti (De Leo, Scali e Caso, 2005): 1) L’evento suggerito deve essere plausibile, cioè deve trattarsi di qualcosa di possibile; 2) Il soggetto dovrà anche costruire un’immagine del ricordo e una narrazione; infatti, tutti i ricordi sono costruzioni che combinano conoscenze di base provenienti da varie fonti con esperienze personali, suggerimenti e richieste attuali (Bartlett, 1932); 3) Infine è necessario che ci sia un errore nella valutazione della fonte; cioè che il soggetto creda che quell’informazione non sia stata creata da lui ma provenga dall’esterno.

Infine, nel caso di un bambino, troviamo ulteriori elementi che possono portare alla costruzione di un falso ricordo, questi riguardano alcune convinzioni dell’intervistatore che si ripercuotono inevitabilmente sull’intervista, nello specifico: A) L’effetto del pregiudizio dell’intervistatore: rischio che si corre quando l’intervistatore prende in considerazione un’unica ipotesi; B) L’effetto delle induzioni degli stereotipi: cioè quando l’intervistatore tende a formulare le domande in modo da ricevere conferma all’idea che si è fatto; C) L’effetto di domande ripetute: quando a un bambino viene fatta più volte la stessa domanda, soprattutto nella forma chiusa, essi tendono a cambiare la risposta (Gulotta e Ercolin, 2004; De Leo, Scali e Caso, 2005, Potter e Hepburn, 2005b).


Caratteristiche di suggestionabilità dell’individuo

Molti studiosi si sono dedicati alla relazione tra caratteristiche di personalità e suggestionabilità. Una prima questione, ampiamente discussa, ha riguardato l’ipotesi se la suggestionabilità potesse essere definita uno stato o un tratto dell’individuo. Eysenck, nel 1947, propose che la suggestionabilità fosse individuabile come un tratto dell’individuo. Tuttavia gli studi successivi, allargando l’attenzione anche al contesto, hanno portato numerosi ricercatori (Baxter, 1990; Krech e Crutchfiled, 1948; Moston, 1990) a valutare la suggestionabilità come una condizione in stretta connessione con il contesto in cui ha luogo.

Alcuni studi hanno messo in luce che intelligenza, autostima, capacità mnestica e assertività, locus of control interno e capacità di agire strategie di coping sono fattori psicologici che risultano correlati negativamente con la suggestionabilità (Gudjonsson, 2003).

Da più di un secolo, le ricerche hanno cercato di comprendere la relazione tra età e suggestionabilità. I primi studi risalgono alla fine dell’ 800 con lo studioso Binet, il quale notò che i bambini erano più vulnerabili a informazioni suggestive rispetto agli adulti. L’evoluzione in questo campo scientifico ha permesso di asserire che la suggestionabilità dei bambini è fortemente circostanziata e che spesso non sono più vulnerabili degli adulti o degli adolescenti (Ceci, Ross e Toglia, 1987; Goodman, 1984; Goodman, Aman e Hirscmann, 1987; Loftus e Davis, 1984; Duncan, Whitney e Kunen, 1982; Zaragoza, 1987).

Gisli Gudjonsson è uno dei più importanti studiosi di suggestione e ha condotto numerose ricerche tese ad analizzare come i soggetti reagiscono di fronte a situazioni e domande suggestive. Per poter studiare la suggestionabilità Gudjonsson (1984, 2003) costruì uno strumento per valutare la suscettibilità ad interrogatori coercitivi e che si basa su due diversi aspetti della suggestionabilità: cedimento (yielding) a domande suggestive; e cambio di risposta (shifting) quando è applicato un interrogatorio pressante.

Il test consiste nel presentare un racconto e nel chiedere di riportare tutto ciò che si ricorda della storia. Dopo la fase di rievocazione il soggetto viene sottoposto a 20 domande delle quali 15 suggestive (ed errate). Dopo aver risposto, alla persona viene detto che ha commesso un certo numero di errori (anche se non è vero); inoltre, in modo vigoroso, viene richiesto di rispondere nuovamente alle domande, con la raccomandazione di essere più accurato. Il cedimento si riferisce alla suscettibilità dell’intervistato alle domande suggestive; il cambio di risposta si riferisce al cambiamento in seguito all’interrogatorio pressante. La somma tra il numero di cambi e di cedimenti fornisce il punteggio totale ottenuto nella scala di suggestionabilità.

Recenti studi, inoltre, hanno dimostrato che il livello di suggestionabilità nelle fasi dello sviluppo è inversamente proporzionale all’età. Questo non significa che il bambino piccolo non sia in grado di rendere testimonianza. Infatti, se le domande sono poste correttamente, nonostante la presenza di suggestionabilità, il bambino può fornire risposte coerenti ai suoi ricordi (Linee Guida Nazionali, 2010).

Danielsdottir e colleghi (1993) hanno somministrato il GSS2 a quattro gruppi di bambini (6, 8, 10 e 12 anni). I risultati dello studio hanno evidenziato che quanto più i bambini sono piccoli tanto più sono suggestionabili sia di fronte alle domande suggestive (yield 1) che a un interrogatorio pressante (shift). I ragazzi dall’età di 12 anni ottengono performance simili a quelle degli adulti per quanto riguarda la memoria e il cedimento (yield 1), ma sono più sensibili degli adulti ai feedback negativi (shift). Ciò significa che resistono peggio agli interrogatori pressanti rispetto agli adulti.

Altri studi di laboratorio hanno confermato che bambini molto piccoli (tre anni) tendono ad essere meno dettagliati nei loro racconti e maggiormente sensibili alle domande suggestive (yield 1) dei bambini più grandi e degli adulti (Goodman e Aman, 1990; Ceci e Bruck, 1993, Linee Guida Nazionali, 2010). Tuttavia, alcune ricerche evidenziano che i bambini di 3-4 anni sono più resistenti al feedback negativo dei bambini di 5-7 anni (Scullin e Ceci, 2001); i bambini piccoli dimostrano inoltre una certa resistenza a informazioni errate quando viene loro richiesto di testimoniare su eventi che richiedono molta attenzione e che sono molto coinvolgenti come ad esempio i casi di abuso sessuale (Goodman et al. 1990).

Altro aspetto da esaminare e tenere nella giusta considerazione sono i cosiddetti suggerimenti. I suggerimenti potrebbero essere un modo per migliorare le perfomance di memoria dei bambini in età prescolare (Graham, 1985; Ratner, Smith e Dion, 1986). Alcune ricerche ad esempio hanno evidenziato che la capacità dei bambini nel ricordare è pari a quella degli adulti se ricevono suggerimenti adeguati (Melton, 1981). È però importante distinguere i suggerimenti dalle cosiddette domande guidanti: quest’ultime implicano una risposta, mentre suggerire è specifico ma non guidante (Bull, 1992). È frequente che il genitore intervenga per aiutare il bambino nella rievocazione del ricordo. Questa influenza favorisce l’organizzazione dei ricordi ma può anche modificarli e distorcerli (Linee Guida Nazionali, 2010).

Concludendo è possibile affermare che la maggior parte dei bambini possiede una adeguata capacità cognitiva per fornire una testimonianza accurata. Anche bambini di tre anni possono testimoniare accuratamente su eventi personali significativi, incluse situazioni che li coinvolgono come vittime (Jones e Krugman, 1986).



Lo stress e la rievocazione del ricordo

Tra i diversi fattori che possono incidere sulla rievocazione del ricordo uno particolarmente importante è lo stress; dal momento che molti degli eventi di cui i bambini sono chiamati a riferire sono appunto di natura stressante.

È importante sottolineare che uno stress eccessivo (ad esempio: assistere a una rapina violenta o all’omicidio di un proprio caro) può portare anche ad uno stato di dissociazione. Quindi si può arrivare a non ricordare elementi centrali dell’evento o addirittura l’intero evento traumatico: in tal caso si parla di amnesia retrograda o dissociativa ( Holmes et al, 2005; Loftus, 1993; Pezdek, 1994; Pezdek e Banks, 1996).

Un aspetto importante riguarda il coinvolgimento emotivo e la memoria dell’evento. Smith e colleghi (2004) studiarono un gruppo di studenti canadesi dell’Università di Toronto a sei mesi dall’attacco alle Twin Towers a New York. Gli autori sottoposero il campione ad un questionario per valutare la memoria dell’evento e quella autobiografica. Essi rilevarono una correlazione tra il grado di coinvolgimento emotivo e la qualità del ricordo. Nello specifico, i ricercatori notarono che all’aumentare del coinvolgimento emotivo diminuiva la memoria autobiografica ed aumentava quella relativa all’evento in questione.

Un aspetto di grande rilievo riguarda, inoltre, la relazione tra qualità del ricordo e un evento catastrofico naturale. Uno studio particolarmente rilevante a questo proposito fu effettuato negli Stati Uniti in seguito all’uragano Andrew, che colpì la Florida nell’ottobre del 1992. Bahrick e colleghi (1998) intervistarono bambini di tre e quattro anni, chiedendo loro di raccontare l’esperienza dell’uragano. Le interviste vennero fatte a distanza di due e sei mesi dall’evento. I risultati evidenziarono un’accuratezza dei ricordi anche a distanza di sei mesi. Tuttavia i ricercatori riscontrarono che i bambini che avevano subito danni maggiori (per esempio alla propria abitazione) avevano un ricordo peggiore di quelli che avevano subito danni più lievi.

Studi recenti suggeriscono che la memoria delle vittime del trauma è frammentata e lacunosa, in particolare, relativamente ai momenti chiave dell’evento (Grey et al, 2002).

Inoltre, nel caso di memorie traumatiche molto precoci, è possibile che queste esercitino implicitamente una loro influenza sul comportamento dell’individuo. Nel 2006 Kaplow, Saxe, Putnam, Pynoos & Lieberman descrissero il caso di una ragazza che all’età di 19 mesi assistette all’omicidio della madre da parte del padre. La ragazza non ricordava nulla dell’incidente fino all’età di 11 anni quando iniziò a mostrare tutti i sintomi di un Disturbo Post Traumatico da Stress in risposta ad eventi reminiscenti dell’evento traumatico, a suggerire che eventi traumatici in età precoce sono in grado di riaffiorare ed influenzare la vita mentale dell’individuo anche a distanza di anni.

Infine un aspetto di enorme importanza riveste il ricordo di abusi sessuali subiti nell’infanzia. Diverse ricerche (Williams, 1994; Widom e Morris, 1997; Widom e Shepard, 1996) condotte su adulti che erano stati sessualmente abusati nel periodo evolutivo rileva che se l’abuso era avvenuto prima dei dodici anni di età era riportato in modo incompleto o modificato. Bidrose e Goodman (2000) giunsero alla conclusione che il ricordo degli abusi sessuali subiti nell’infanzia può essere ugualmente accurato ma risultare meno accessibile del ricordo di eventi non traumatici.

Concludendo ad oggi non e' ancora chiaro se un elevato stress durante la fase di codifica o recupero porti ad un vantaggio o svantaggio mnestico. Le contraddittorie scoperte suggeriscono che la relazione tra stress e memoria è complessa e dipende da molteplici fattori biologici e psicologici, le cui interazioni meritano ulteriore approfondimento scientifico.


Conclusioni

Da quanto emerso è possibile asserire che i ricordi, in particolare di eventi traumatici, subiscono l’influenza di fattori cognitivi, emotivo-affettivi e relazionali. Il professionista del settore non può prescindere dalla considerazione che la testimonianza in sede giudiziaria non è esente da questi fattori di distorsione. Uno dei rischi più frequenti e deleteri per la qualità dei ricordi forniti dai bambini è che nel corso di una procedura giudiziaria i minori siano soggetti a varie testimonianze rese a persone diverse (Ghetti, Weede e Goodman, 2003; Scali 2003); il contatto con il contesto penale e soprattutto la richiesta ripetuta di riportare l’esperienza traumatica, oltre ad essere di per se potenzialmente stressanti (Scali, 2003), rischiano di indurre distorsioni nel racconto. A questo si aggiungono le caratteristiche dell’intervistato (età, suggestionabilità ed altre caratteristiche personologiche e/o psicopatologiche) e della modalità di intervista, che se caratterizzata da domande suggestive e fuorvianti può portare non solo alla distorsione del ricordo originario, ma perfino alla produzione di falsi ricordi, come argomentato nei paragrafi precedenti.

Infine, va tenuto conto che partecipare ad un processo giudiziario può comportare un aumento del rischio di stigmatizzazione e vergogna per i bambini (Ghetti, Weede e Goodman, 2003; Quas, Goodman e Jones, 1996). Spesso, nell’ambito di procedimenti penali relativi a reati come l’abuso sessuale, accade che il bambino non venga creduto; tale situazione può comportare, oltre a vergogna e imbarazzo, anche una resistenza a partecipare al procedimento stesso. Pertanto, è possibile assistere a ritrattazioni nelle fasi successive del processo penale. Concludendo, nell’ambito giudiziario è opportuno tenere conto dell’ampia e complessa mole di fattori che possono portare alla distorsione del ricordo e della testimonianza.



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[1] Psicologa-Psicoterapeuta, CTU presso Tribunale Ordinario di Forlì-Cesena, Perito d’ufficio presso il Tribunale Ordinario di Rimini. Indirizzo: Via Marchesi Romagnoli 7, 47521 Cesena (FC), Italy. E-mail: mirellamontemurro@gmail.com

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